Aimee Mann’s "It’s Not" (Lost in Space, SuperEgo 2002)


[post modificato l’8 Settembre 2014, in occasione del 54mo compleanno di A.M.]

Adoro Aimee Mann. Mi piace il modo in cui canta. Anzi – può sembrare una cosa stupida, perché penso non sia uno dei criteri che in genere si prendono in considerazione nel giudicare una voce – quello che mi piace sopra ogni altra cosa di lei è la dizione, il modo di pronunciare le parole. Strano?! La voce non è particolarmente potente…e forse neanche il massimo dell’intonazione. A lei stessa non piace, come dichiarato in un’intervista al “Late Late Show” di Craig Kilborn.

Vorrei qui spendere qualche parola su “It’s Not”, dall’album “Lost in Space” del 2002:

si tratta del suo quarto lavoro solista, dopo l’inizio con i ‘Til Tuesday (ma fu scoperta da…i Rush!…incredibile a dirsi: appare in in “Time stands still” e nel video…e in un sacco di altri posti, ad esempio in “The Big Lebowski” la sua risata è campionata all’inizio di un altro brano!! Vedi qui). L’album segue il suo capolavoro “Bachelor No. 2 or, the last remains of the dodo” (1999) e viene prima del concept “The Forgotten Arm” (2005).

Bene…veniamo ad “It’s Not”, che chiude l’album.

“I keep going round and round on the same old circuit / a wire travels underground to a vacant lot / where something I can’t see interrupts the current / and shrinks the picture down to a tiny dot / and from behind the screen it can look so perfect / but it’s not

(Continuo a girare intorno allo stesso vecchio circuito / un filo viaggia sottoterra fino ad un terreno in vendita / dove qualcosa che non riesco a vedere interrompe la corrente / e fa rimpicciolire l’immagine fino ad un minuscolo punto / e da dietro lo schermo potrebbe sembrare tutto perfetto / ma non lo è)

Ottima, questa prima immagine: Aimee si vede come la corrente che circola in un televisore…sempre lo stesso giro, avanti e indietro. Ma basta un niente, qualcosa di imprecisato, di imprevisto…e tutto finisce, la corrente va via e l’immagine scompare, riducendosi ad un punto (quante volte l’abbiamo visto?!). E non sai neanche perché. E quel piccolo punto, visto da fuori, può sembrare la cosa più perfetta del mondo…ma è il sintomo che qualcosa non va.

So here I’m sitting in my car at the same old stop light / I keep waiting for a change, but I don’t know what / so red turns into green turning into yellow / but I’m just frozen here on the same old spot / and all I have to do is to press the pedal / but I’m not / no, I’m not

(…e sono qui seduta nella mia macchina allo stesso, solito semaforo / continuo ad aspettare un cambiamento, ma non so che cosa / così il rosso diventa verde che diventa giallo / ma io sono semplicemente inchiodata qui, nello stesso punto / e tutto quello che dovrei fare è schiacciare il pedale / ma non lo farò / no, non lo farò)

La seconda sequenza riprende quello che è uno dei temi di tutto l’album: il viaggio, inteso più che altro come fuga. Basta prendere il ritornello dell’opener, “Humpty Dumpty” (per il numero di spunti e riferimenti che contiene, ha meritato un post a parte!),

So better take the keys / and drive forever / staying won’t put these / futures back together […] “,

e sempre il viaggio è anche il tema di “Pavlov’s Bell“. Sono versi che, in questo periodo [i.e. primavera 2008, ma direi che vale ancora oggi!], sento particolarmente vicini…”continuo ad aspettare un cambiamento, ma non so che cosa”…beh, di questi tempi cambiamenti ce ne sono stati e, pare, ce ne saranno…ma io continuo ad aspettare che le cose accadano, allontanando il più possibile le scelte più impegnative…con le parole di Baricco, da “Seta” (Rizzoli, 1997):

Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.

Il brano prosegue con…

People are tricky, you can’t afford to show / anything risky, anything they don’t know / the moment you try / well, kiss it goodbye

So baby, kiss me like a drug, like a respirator / and let me fall into the dream of the astronaut / where I get lost in space that goes on forever / and you make all the rest just an afterthought / and I believe it’s you who could make it better / though it’s not / no, it’s not / no, it’s not.”

(Le persone sono difficili, non puoi permetterti di mostrare loro / qualcosa di rischioso, qualcosa che non conoscono / nel momento in cui ci provi / beh, dallo per perso

…e allora, baby, baciami come una droga, come un respiratore / e fammi cadere nel sogno dell’astronauta / nel quale mi perdo nello spazio infinito / e tu rendi tutto il resto solo un ripensamento / ed io credo che solo tu potresti rendere le cose migliori / mentre non è così / no, non è così / no, non è così.)

Negli ultimi versi, della canzone e dell’album, ritornano ancora due temi presenti in quasi tutte le tracce: la dolce inutilità di ogni droga, ed il desiderio liberatorio di sentirsi “lost in space”; con la certezza, un po’ amara, che nessuna delle due cose possa essere una soluzione. Come suggerisce il recensore di AllMusicGuide,  “[…] (Aimee) confesses to seeking salvation where “It’s Not” […]”.

Il booklet contiene illustrazioni di Seth.

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