Keep your feelings in memories


Negli ultimi giorni si è tornati a parlare dell’esplorazione dello spazio, complici i 44 anni dall’allunaggio. Questo vuol dire che sono anche passati 4 anni dal “Festival XLuna“, del quale già abbiamo scritto in passato. Inoltre, prima della pausa estiva, le affezionate lettrici de Il Grande Cocomero (le Cocomerine?!) chiedevano a gran voce un nuovo post. Quale occasione migliore per riascoltare con voi il Maestro Battiato e la sua “No time no space”?

Ho conosciuto questo pezzo, come tantissime altre cose quando, studente ai primi anni di Fisica, nei periodi d’esame, quando non si andava a lezione, studiavo ascoltando “Radio Rock”.

Aggiungiamo al testo e alla musica le immagini, che mi sembrano completare il messaggio complessivo del brano:

Aprono le percussioni, con un ritmo ostentanto e incessante che ci accompagnerà durante le strofe. Già questo implacabile incedere ci porta nell’atmosfera dettata dal titolo: no time, no space. E dove non percepiamo più lo spazio e il tempo, tutto non può che essere uguale, uniforme e incessabile.

Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi,
di civiltà sepolte, di continenti alla deriva.
Parlami dell’amore che si fa in mezzo agli uomini,
di viaggiatori anomali in territori mistici…di più.

Da sempre il culto e lo studio dell’astronomia e dei fenomeni celesti è stato associato a un ché di mistico. La scoperta di un ignoto lontano; spesso, la convinzione di un passato, su questa Terra, popolato da altre civiltà, provenienti da altri mondi.

Via le percussioni. Entra l’arpa, che disegna grandi arpeggi, sostenuta dagli archi.

Seguimmo per istinto le scie delle comete
come avanguardie di un altro sistema solare.

Le comete, a differenza degli altri corpi celesti noti dall’antichità (stelle e pianeti) percorrono una traiettoria che le porta a venire da lontano, arrivare fino a noi e poi tornare a scomparire, per tornare ancora molti anni dopo. Un fenomeno che rompe la regolarità e la monotonia del paesaggio celeste, nel quale ogni sera la natura ci mostra le stesse storie, incastonate nelle costellazioni da chi è stato qui prima di noi. Storie che si ripetono sempre uguali, seguendo come unica evoluzione il passare delle stagioni; proprio il mostrarsi e lo scomparire di questi racconti della volta celeste ha accompagnato per millenni le attività dei nostri antenati, come unico riferimento temporale sul quale fare affidamento, e come unica guida verso casa per i navigatori. Il tempo e lo spazio, concetti che in questo modo si sono andati costruendo nella nostra mente collettiva, a misura d’uomo e a misura della nostra Terra.

No time no space another race of vibrations
the Sea of the Simulation.
Keep your feelings in memories,
I love you especially tonight.

La linea melodica, prima praticamente assente, prende corpo pian piano. Le luci si abbassano e vengono proiettatate immagini di un ballo: più persone che ruotano attorno a se stesse di dervisci. Un movimento (indice del passare del tempo) che non ci porta in nessun luogo diverso. Se la nuova “specie di vibrazioni” apre spiragli ‘new age’ nei quali non voglio entrare, quello della Simulazione potrebbe semplicemente essere un mare mancante della nostra Luna, o di una nuova luna sconosciuta.

Come sempre l’inglese del Maestro (non una novità nei suoi pezzi) è legnoso e spigoloso, ma qui l’accompagnamento degli archi regala al ritornello la veste di una ninna-nanna dolcissima. Come si può legare il proprio amore a un ricordo, se non ci sono più né spazio né tempo? E come può questo amore essere speciale proprio ora, in questa notte, se tutte le notti sono uguali e non c’è modo di distinguere l’una dall’altra?

Nascondere qualcosa in un ricordo, perché non possano portarcelo via: ricordate “The eternal sunshine of the spotless mind“?

Finito il ritornello, riprende la strofa e riprende il martellamento. Torna la luce. Il Maestro è sempre seduto su un tappeto (orientale, che fa più mistico), con gli immancabili occhiali scuri vecchio stile (ma c’è almeno una persona ‘normale’, in questo video?!).

Controllori di volo pronti per il decollo.
Telescopi giganti per seguire le stelle.
Navigare nello spazio…di più.

Questi versi sembrano non dirci molto di più, ma a leggerli meglio, mi sembra segnino un momento diverso rispetto alla prima strofa: la scoperta, che prima passava per il racconto, ora viene vissuta in prima persona. Si preparano strumenti e viaggi per l’esplorazione dell’infinito e dell’ignoto. E sarà facile perdersi, senza spazio e senza tempo.

Si ripete il ritornello e tornano gli archi a cullarci. Il sostegno del “coro” raddoppia la linea vocale con semplici variazioni. La necessità di partire, di conoscere, sembra rafforzata, così come le raccomandazioni: non mi dimenticare, perché tornerò. Tornerò perché saremo sempre assieme, perché non esistono più i confini che noi stessi abbiamo immaginato, ai quali abbiamo voluto conferire una realtà. L’universo è un unico luogo, quindi saremo sempre assieme. E se anche ogni sera è la stessa sera, perché ogni momento è adesso e i ricordi sono veri quanto il presente, io questa serà ti amo di più.

(In ogni caso, alla fine lui prende…e se ne va. “[…] così, di botto. Senza senso […]”. Ed è chiaramente questa la cosa più figa del video!)

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