L’ultima pioggia dell’estate


Guardo camminando la mia ombra
che scivola sui sassi
mentre l’ultima pioggia dell’estate mi racconta 
delle mille cose che non ho.

Si inizia così, con uno degli incipit più belli di sempre, “Sogno di Estunno” della Locanda delle Fate.

Ebbi il primo contatto con la Locanda una decina abbondante di anni fa quando, saccheggiando avidamente l’hard disk di Puccio, fui colpito dal nome del gruppo. A quel tempo erano in pochi ad avere una connessione veloce in casa e, in ogni caso, Puccio è sempre stato avanti su tutto. In quella occasione riuscii finalmente a mettere le mani (digitalmente…) su alcuni titoli inseguiti da tempo, dopo essere stati a lungo presenti nei miei appunti, premurosamente scritti a mano durante l’ascolto di RadioRock. Al contratio di Puccio io sono sempre in ritardo su ogni cosa e iniziai ad ascoltare quella stazione romana quando già la conoscevano tutti da anni.

Tuttavia, nella mole di materiale messo assieme, i brani della Locanda tardarono a farsi notare. L’incontro galeotto avvenne a settembre del 2005, quando passavo gli ultimi giorni dell’estate a preparare l’esame di “Supersimmetria” per il mio primo anno di Dottorato. E proprio “l’ultima pioggia dell’estate” del Sogno di Estunno mi fece per la prima volta chiudere per un attimo le dispense e gli appunti per concentrarmi sull’ascolto:

Arrivati in ritardo (anche loro!) sulla stagione del prog italiano, i 7 componenti della formazione originale della Locanda propongono un progressive rock sinfonico, ricco di ornamenti e decisamente ben suonato, a dimostrazione della preparazione tecnica di altissimo livello.

L’atmosfera è sognante, ricamata sui preziosismi del pianoforte di Michela Conta, del flauto di Alberto Gaviglio e della batteria di Giorgio Gardino, che più che svolgere una funzione ritmica diventa parte della melodia. Non possono non far tornare alla mente i Renaissance di “Can you understand” (conosciuta anch’essa su Radio Rock!). Quando arriva la chitarra di Ezio Vevey è tempo anche per la voce di “Big” Leonardo Sasso di entrare in scena, con la bellisima immagine ricordata all’inizio.

“L’ultima pioggia dell’estate” e l’ “ombra / che scivola sui sassi” mi hanno sempre fatto pensare a Castello. Di quando si poteva rimanere fino alla fine di agosto o addirittura fino all’inizio di settembre. Quando tutti i vari gruppi, famiglie e frazioni cessavano di esistere e gli ultmi superstiti passavano i pomeriggi assieme, magari dentro casa, perché un tempo dopo il 16 di agosto a Castello pioveva tutti i pomeriggi. E allora, quando si rimaneva in pochi, c’era anche l’occasione per fare una passeggiata in solitaria, per riflettere sull’estate appena conclusa e fare i soliti, immancabili programmi per il “nuovo anno”. L’anno, per me, è sempre stato quello “scolastico”, e non a caso. Grandi aspettative e programmi, certo…ma molto spesso anche molta malinconia e inquietudine. Per le cose già passate e per quelle che, probabilmente, non sarebbero arrivate.

Negli anni del Dottorato, dopo la scoperta della Locanda, andavo spesso in Sapienza con il treno dalla Stazione di San Pietro. In quei tragitti avevo l’occasione di osservare una Roma differente, una Roma che non si nota dalle strade. Ci sono dettagli che vedevo regolarmente da quelle carrozze che solo pochissimo tempo fa sono riuscito ad individuare e localizzare con precisione. La Roma che si osserva dal treno, dalle stazioni, è una Roma molto simile ai miei pensieri di fine estate. O forse erano i miei pensieri a farmi apparire così luoghi e viste nuove, non legate a ricordi, emozioni e avvenimenti precedenti. La Roma dei treni e delle stazioni sa di anni ’70, anni che non ho vissuto in prima persona. Anni di tensioni politiche e sociali…che nella mia immaginazione vanno a comporre quel senso di disagio e di velata tristezza “delle mille cose che non ho”.

In realtà “Estunno” è la contrazione di estate-autunno: la transizione non è quella tra le stagioni (appena avvenuta, al momento della scrittura di questo post), ma tra l’età lavorativa e quella del pensionamento. Quel momento, esistente per quelli della mia generazione solo nel passato favolistico, dove finalmente si potrà tornare a dedicarsi agli amori e alla passioni, dimenticate e messe da parte per una vita.

Oggi finirà la prigionia, cadrà il reticolato di polivinile. 
Anna saran belli i tuoi capelli sul vestito che io ti darò.

A 1:14 dall’inizio del brano, l’atmosfera torna ad essere quella indefinita del sogno. Poi riprende il canto:

Poco tempo ormai resterà fra noi in questa nuova età. 
Vestirò con te i panni vecchi e poi scalzo camminerò.

Segue una parentesi di prog più ingarbugliato, per poi arrivare (a 2:43 dall’inizio del brano) alla nuova liberazione, unita a un senso di rivalsa verso il passato e la grande incertezza che accompagna ogni cambiamento importante:

Piove piano sopra i fiori di un’estate fa,
Piove sui ricordi antichi della gioventù
Forse è giunta l’ora attesa della libertà,
Troppe volte hanno tradito la mia ingenuità, ingenuità.

Questa nuova condizione porta con sé anche la consapevolezza che la “nuova età” tanto attesa sarà, necessariamente, breve:

E’ strano sai, la pioggia che cade sul prato, i grilli cantano già
E’ strano sai, l’estate ha mille colori che quasi non vedo più,
E’ strano sai avere tanta voglia di correre e muover piano i passi
Per non sciupare l’attimo di libertà.

Il loro album di debutto, “Forse le lucciole non si amano più” (straordinaria la title track, che spero possa meritare presto un post a parte!), esce nel 1977. Anche se in seguito l’album verrà riconosciuto a livello planetario come un #capolavoroincredibile nel suo genere (nel 2007 la rivista americana Goldmine lo ha inserito nell’elenco dei top-25 album di progressive rock di ogni epoca!), subito dopo l’uscita non riscuote molto successo. E dire che la Locanda fu addirittura protagonista di uno speciale Rai di circa mezz’ora (dal quale, tra l’altro, ho appreso il significato di “Estunno”)! Seguirà un live, lo scioglimento…un nuovo disco 22 anni più tardi (senza la voce del grande Leonardo Sasso), valido ma molto lontano dalle atmosfere di “Forse le lucciole…”. Negli ultimi anni si era parlato spesso di reunion, con qualche tentativo più serio, in ogni caso fallito. Poi finalmente nel 2010 il ritorno, con formazione quasi originale (mi ha colpito molto, in verità, la mancanza del pianista Michele Conta, che attraverso il proprio sito web da anni cercava di rimettere assieme i compagni. Aveva già composto da solo un nuovo brano…).

Nel settembre del 2011, durante la manifestazione “Progressivamente” presso la Casa del Jazz di Roma, ho avuto la possibilità di vederli dal vivo. Penso che tutti conosciate la sensazione di poter ascoltare, vedere eseguire e cantare live una canzone che per tanti anni avete ascoltato solo su disco. Qualcosa che fino a quel momento ha avuto solo quella dimensione, a volte forse troppo privata e incomunicabile. Per una formazione così di nicchia, poi, il pensiero che tutto questo potesse un giorno accadere non mi aveva nemmeno sfiorato.

Quel giorno, oltre a fratello Xulo e al Maestro Riccardo De Stefano, c’erano sul prato della Casa del Jazz anche Puccio e Alessia. È grandissimo il piacere di aver condiviso anche con loro quella serata, visto il loro ruolo nel farmi scoprire ben più di un brano che ancora oggi porto sempre con me sul mio iPod. Puccio e Alessia, due persone dalle quali, per mia mancanza, ho sempre preso molto e restituito niente. Per questo, dedico a loro questo post e il ricordo di quella serata, sapendo, con questo, di fare molto poco, ma molto molto più di quanto mi abbiano mai chiesto indietro.

Sabato sera (27 settembre) ci sarà un nuovo concerto della Locanda delle Fate qui a Roma, ancora nella cornice del “Progressivamente Free Festival” (organizza il “solito” Guido Bellachioma, questa volta presso il Planet Live Club, zona Gazometro). Spero di poter di nuovo condividere con loro, e con altri amici e appassionati, questa occasione.

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